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Racconti 6. Mississipi River
Dondolo, con questa vecchia sedia, logoro le assi del patio con un lento movimento che in questa giornata di afa estiva riesce a darmi un po’ di sollievo. Tengo gli occhi chiusi perché il sole caldo non entri nella mia mente, perché rimanga così assopita nel pomeriggio caldo. Oggi sono troppo stanco anche per pensare. Lontano una voce monotona ripete per l’ennesima volta uno stornello che parla di fiume, che parla di tristezza antica ma oggi sono troppo stanco anche per ascoltare. E dondolo come una vecchia chiatta mossa dalle onde fatte dalle giovani imbarcazioni che si rincorrono nella corrente. Nell’aria il profumo forte del caffè che la “nonna” ha preparato per i nostri figli, nell’aria l’aroma di una zuppa che questa sera farà felici i nipoti stanchi dalla giornata di gioco infantile. E avrà ancora la forza per giocare con loro, per farsi trattare come una bambina, con i suoi capelli bianchi nascosti dietro un fazzoletto variopinto, con il suo sorriso invecchiato, con le sue rughe che ho visto nascere e crescere piano piano fino a diventare solchi profondi quasi a voler raggiungere l’anima e a farla invecchiare. E di molte sono stato la causa, le ho viste crearsi intorno agli occhi stanchi dal pianto dopo che avevo sbagliato, dopo che mi ero dimenticato di lei per cercare in modo facile una felicità che non può esistere. Perché non si può rimanere giovani in eterno. Nemmeno pagando una donna, nemmeno comprando la sua compassione a poco prezzo si può fermare il tempo che come il fiume lentamente si fa sentire. Nell’aria non c’è più il rumore forte della corrente giovane che si fa strada dalle montagne nella pianura della vita monotona. E’ un movimento leggero, è un rumore appena percettibile che si trascina dietro lo sfrigolio delle zanzare che tormentano la vita degli uomini. E’ un dolore che si annida nell’anima e la fa sentire stanca e svogliata in attesa che tornino almeno le brezze gentili dell’autunno. Ho paura ad aprire gli occhi, perché oggi sono stanco di vedere la strada piena di polvere ed i campi interminabili di mais. Perché oggi ho paura che aprendoli tutto svanisca dietro una nuvola di polvere alzata da un autocarro sonnecchioso. Perché ho il terrore, aprendoli, di scoprire che altro tempo è stato rubato dalla mia vita. E se aprendoli non ci fosse più niente intorno a me, se le assi fossero state portate via dal venticello che sale dalle acque giallognole del fiume? Se il tetto si fosse sciolto, fosse evaporato sotto i raggi del sole, e se tu, vecchio amore mio fossi scappata sopra quel camion scalcinato per raggiungere una tua nuova vita? Aspetto ancora. Ancora un attimo prima di riprendere coscienza, prima di sapere se la mia vita è ancora viva. La prima cosa che vedo è il sole che indiscreto si riversa con tutta la sua luminosità accecante, come un padrone che vuol far sentire fino in fondo il suo potere. Gli occhi piano si chinano a tale fragore di luce e cercano salvezza nella penombra. E dopo poco scorgono una figura forte appoggiata alla porta che guarda nel sole le grida di nipoti alla ricerca di nuovi pericoli. I nostri occhi si incontrano ancora una volta, quasi per caso e le palpebre si inchinano gentilmente per salutarsi come vecchi amici che non si incontravano da tempo. E all’improvviso come nel mio sogno tutto scompare, intorno a me non vedo più nulla. Nel caldo silenzioso sono rimasti solo i giovani sorrisi di due vecchi amanti.
Andrea Portunato - Tutti i diritti riservati pagina aggiornata il 30 ottobre 2008 | ||
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scritto da Andrea Portunato |
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