Racconti

3. Anima

  Ogni volta che stai facendo qualcosa di impegnativo, che ti assorbe tutta la mente, che ti costringe ad isolarti dal mondo, ogni volta, vi posso assicurare, suona il telefono o vi richiamano alla porta. Stavo cercando di costruire una semplice impalcatura di canne di bambù per reggere le fronde pesanti di una specie di ficus pungilioso e istricato quando il citofono mi da un primo avviso. Il cervello si sveglia, si desta, pensa: “Non aspettavo nessuno, chi può essere?”, il cuore, colto di sorpresa aumenta il ritmo, l’adrenalina mi da una spiacevole sensazione di sorpresa. Il suono si ripete, mi richiama di nuovo come dire “Allora, non c’è nessuno?”. Mi alzo, mi pungo lasciando cadere rami e strutture incerte, incespico nelle pantofole che disubbidienti volevano rimanere ancora inoperose, traballo, ondeggio come un marinaio sul ponte di una nave con mare forte e finalmente afferro la cornetta con veemenza. “Chi è?”, “Sono io! Apri!”. La voce mi è familiare eppure mi sembra di non conoscerla. E’ una voce di donna, fatto positivo, sarà una o l’altra, chissà. Ma quando apro la porta la riconosco subito: è bella come me la ricordavo, ha i capelli sconvolti dal vento, un impermeabile grigio topo chiuso in vita dalla cintola, con macchie scure di usura sui risvolti. Nella mano una valigia antica, di cuoio, con mille scudetti variopinti di località ed alberghi dove la valigia e lei sono rimasti per un po’ di tempo. Li conto veloce, li conosco tutti, ci sono stato anch’io. Lei sulla porta sorride, con un sorriso stanco, quasi forzato. La faccio entrare e le prendo la valigia, stranamente leggera come una nuvola. “Sei stanca?, siediti di porto qualcosa da bere”, lei con sicurezza si dirige verso la mia poltrona e vi si lascia cadere sfinita, solo allora si slaccia l’impermeabile, allunga le gambe e sorride, questa volta con più grinta, questa volta con allegria. “Un brandy potrebbe andare bene. Ne hai ancora di quello dell’anno scorso?” Non le rispondo Ma alzo dal bar la bottiglia e la faccio tintinnare d’assenso con un balloon di cristallo. Verso due bicchieri che poi le porgo e dopo che mi sono seduto ai suoi piedi lei mi ripassa il mio, poi mi accarezza i capelli. Non la guardo ma vedo col cuore che sta assumendo lo sguardo benevolo di una madre felice.

  Quel giorno, dopo diversi mesi, l’anima di un vecchio ateo era finalmente tornata a casa.

Andrea Portunato - Tutti i diritti riservati

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pagina aggiornata il 30 ottobre 2008
scritto da Andrea Portunato